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Jesús Santrich: "Abbiamo finora avuto progressi tangibili sulle questioni dell’Agenda"
Intervista esclusiva al comandante delle Farc, Jesús Santrich
Resumen Latinoamericano / mercoledì 25 giugno 2014 / Español
 

Il giornalista cubano Tony Lopez, collaboratore abituale di Resumen Latinoamericano sulle questioni della Colombia, intervista il comandante delle Farc-Ep, Jesús Santrich, della Delegazione per i colloqui con il governo di Juan Manuel Santos, a L’Avana.

In occasione del completamento del 25° ciclo dei colloqui di pace tra il governo colombiano e le Forze armate rivoluzionarie di Colombia - Esercito del popolo e allo stesso tempo in occasione della chiusura del terzo punto dell’Agenda dell’Accordo generale dell’Avana, vorremmo chiederle di presentarci un bilancio generale di ciò che finora è compreso nell’insieme del concordato tra le parti. Inizierei col chiederle se si può dire che il processo di dialogo abbia già affrontato la metà dei punti in discussione?

Prima di tutto il mio ringraziamento per la gentile concessione della possibilità di questa intervista e per il riconoscimento del successo ottenuto con questo nuovo passo nella ricerca della pace per i colombiani. Per quanto riguarda la sua domanda, possiamo dire che si è affrontata la metà dei punti contenuti nell’Accordo generale dell’Avana, e aggiungo che questo non significa essere a metà strada nell’affrontare i problemi del paese e che sono la causa dello scontro che sosteniamo.

Sebbene l’Agenda abbia sei punti che indirizzano le discussioni, nessuno deve dimenticare che esiste un preambolo dell’Accordo che ne rappresenta lo spirito stesso. Faccio questa precisazione perché ci sono una serie di questioni non registrate in modo esaustivo nel testo dell’Agenda, ma che rappresentano una parte essenziale delle questioni da risolvere. Un chiaro esempio è il modello economico che influisce direttamente sulle condizioni di vita di tutti i colombiani, generando grandi disuguaglianze e miseria a cui, ovviamente, vanno cercate alternative se si vuole veramente porre fine allo scontro. Dobbiamo anche aggiungere che in generale si parla - soprattutto i mezzi di comunicazione - del raggiungimento di tre dei sei punti. Di certo è molta la strada che resta da percorrere se consideriamo che abbiamo raggiunto degli accordi parziali e che tale è la caratteristica di questi tre accordi, cioè soltanto una parte del totale. Nulla è stato ancora completato e ciò che resta irrisolto lo è perché su quello non abbiamo trovato un’intesa; è stato da noi indicato come eccezione, in modo chiaro, affinché dopo si riprenda la discussione. Per ora, diciamo che rappresentano discussioni rinviate, che ad un certo punto dovremo concludere e che se non risolte dovranno essere sottoposte all’esame del meccanismo della controfirma, che dal nostro punto di vista dovrebbe riguardare l’Assemblea nazionale costituente.

Bene, ma se parliamo di fare un bilancio, anche se le Farc alla fine di ogni ciclo presenta le proprie analisi della situazione in una prospettiva d’insieme, come va giudicato quanto si è raggiunto? Vorrei che nel rispondere iniziasse con il primo punto, quello che si riferisce alla questione della Riforma rurale integrale.

Come ha già detto, le Farc, alla fine di ogni ciclo, presentano il loro resoconto e bilancio di ciò che è stata l’attività. Per ogni punto concluso è stato fatto lo stesso. Nelle nostre pagine e siti web e in vari documenti pubblicati abbiamo riferito i nostri punti di vista e le preoccupazioni, particolari e complessive, intendendo con ciò quello che fin dall’inizio abbiamo detto al governo, e cioè che sebbene per metodologia dividiamo la discussione di ogni tema come questione a parte, è certo che ogni punto è interconnesso con l’altro e che ciò va preso in considerazione, perché ad esempio non si può parlare di riforma agraria senza parlare dei Trattati di libero commercio o senza alludere a problemi come quello della proprietà straniera della terra. Abbiamo finora avuto progressi tangibili sulle questioni dell’Agenda che non erano mai stati raggiunti.

Devo riconoscere che durante i colloqui di La Uribe col governo di Belisario Betancur, i progressi furono enormi e di fatto si concordò una tregua che fu molto importante per lo sviluppo della vita politica nazionale. Soprattutto per quanto riguarda la creazione di spazi di partecipazione democratica che ora non è il caso di raccontare. Ma la partecipazione stessa dell’insurrezione all’attività politica aperta, al fianco di molti settori popolari e sociali che si riunirono nel progetto di pace che fu l’Unione Patriottica, mostra quanto quel processo fu importante che purtroppo è stato liquidato dal terrorismo di stato e dal militarismo.

Diciamo che ogni processo ha le sue peculiarità. Sono stati periodi di speranza per i colombiani, perché in questi momenti si ripone fiducia nella reale possibilità di una democratizzazione del paese. Tuttavia, come una costante, subentrano le frustrazioni quando l’estrema destra, i settori guerrafondai interni ed esterni al paese e soprattutto la meschinità degli imperi economici, premono con tutta la loro forza per la difesa degli interessi particolari sopra l’interesse comune. Questa volta penso che il progresso sia sostanziale, relativamente maggiore che in altri momenti rispetto ai temi più specifici affrontati.

Ricordiamo che nel primo rapporto congiunto fatto tra Farc e governo, il 21 giugno 2013, si spiegava che dopo sette mesi di trattative erano stati raggiunti una serie di accordi, evidenziando ciò che noi definiamo "Verso una nuova campagna colombiana: Riforma rurale integrale". Il punto sulla questione agraria lo chiudiamo con gli accordi parziali del 26 maggio 2013 e già ha un anno. All’epoca di quel primo rapporto, avevamo impiegato dieci cicli, in media di undici giorni ciascuno. A volte si abbrevia a volte si prolunga. Solitamente sono undici giorni distribuiti in mini-cicli di tre giorni di lavoro, con uno solo di pausa e alla fine una settimana di ritiro, più o meno. Faccio questo conteggio, che è stato comune per lo sviluppo di ogni punto, per mostrare l’intensità del lavoro, che è maggiore se si considera che durante le pause le delegazioni devono preparare i materiali, i dibattiti, consultare gli esperti, in modo che le discussioni siano davvero profonde e raccolgano le preoccupazioni e la volontà del Paese. Ad esempio, il Tavolo di colloqui per arricchire il dialogo, riguardo la questione agraria, ha approvato la realizzazione di due forum nazionali al Sistema delle Nazioni unite in Colombia e all’Università nazionale - Centro di pensiero e prosecuzione dei colloqui di pace. Dalle conclusioni, le Farc-Ep hanno ricavato gli elementi che hanno permesso la costruzione delle nostre 100 proposte minime riguardo a questo problema.

Il primo Forum nazionale sulla Politica di sviluppo agricolo integrale (Focus territoriale), è stato realizzato durante i giorni 17, 18 e 19 dicembre 2012. Tale evento ha contato sulla partecipazione di 1.314 persone provenienti da 522 organizzazioni dei 32 dipartimenti del paese, nel quale si sono raccolte le proposte di 411 persone intervenute ai tavoli di lavoro. Si è trattato, senza dubbio, di momenti molto importanti di partecipazione popolare al processo, ma per ciò che riguarda la definizione del destino del paese, è stato molto limitato e mediatizzato. Noi continuiamo a pensare che il protagonismo delle persone debba esser maggiore. E qui, a proposito, mi riferisco a quello che è stato il concorso della popolazione nel processo. E ripeto che questo meccanismo dei forum, integrato alle proposte ricevute via web al Tavolo sia importante, ma molto limitato. A noi è servito molto per elaborare le iniziative rispettando la volontà della popolazione, ma la voce delle comunità all’interno del Tavolo non si integra con queste procedure.

Vorrei aggiungere che su questa stessa tematica, pensando che gli input forniti dai forum non giungano estemporaneamente ma al momento dell’apertura di ogni punto, il secondo forum sulla Partecipazione politica si è tenuto a Bogotà, il 28, 29 e 30 aprile 2013, su richiesta del Tavolo dei colloqui, con l’appoggio dell’ufficio dell’Onu in Colombia e il Centro di pensiero per la pace dell’Università nazionale.

Questo evento ha contato sulla partecipazione di 1600 persone in rappresentanza dei 32 dipartimenti. Il 70% dei partecipanti proveniva da diverse regioni del paese, il 30% era di Bogotá. C’erano rappresentanti di partiti e movimenti politici, organizzazioni contadine e delle donne. Come nel forum agrario, è stata notevole la presenza di rappresentanti dei movimenti sociali e politici, partiti politici, sindacati e del settore imprenditoriale, di organizzazioni e movimenti di contadini, indigeni, afro-discendenti, difensori dei diritti umani, vittime, profughi, raizal [originari del dipartimento colombiano di San Andrés, Providencia e Santa Catalina, ndr], giovani, ecc, ma ora con maggiore presenza urbana, insieme al movimento Lgbti e alla forte presenza di centrali e organizzazioni sindacali, del Programma di sviluppo e pace e le iniziative nazionali e territoriali di pace, delle chiese, del settore accademico, delle università e centri di ricerca, di spazi istituzionali di partecipazione cittadina, di organizzazioni non governative coinvolte nelle questioni legate alla partecipazione politica, dei mezzi di comunicazione e delle loro associazioni.

Concentrandoci sul punto uno dell’Agenda dell’Accordo generale, "Politica di sviluppo agrario integrale", ribadisco che la chiave è stata il raggiungimento di un documento di una ventina di pagine che abbiamo intitolato "Verso una nuova campagna colombiana: Riforma rurale integrale", dove in generale viene dichiarato che la Riforma rurale integrale (Rri) deve essere l’inizio di trasformazioni strutturali della realtà rurale e agraria della Colombia, sulla base di equità e democrazia, per contribuire in tal modo alla non ripetizione del conflitto e alla costruzione di una pace stabile e duratura, che riconosce le ingiustizie che derivano dalla disuguaglianza e la miseria che hanno generato lo scontro, ed è per questo che bisogna eliminare queste cause affinché cessi il conflitto.

Questa idea di Riforma rurale integrale, in teoria è incentrata sul benessere e buon vivere delle popolazioni rurali, delle comunità contadine, indigene, nere, afro-discendenti, palanquero [creolo] e raizal, e delle persone che vivono negli spazi interetnici e interculturali, con l’obiettivo di integrare le regioni, di sradicare la povertà, promuovere l’uguaglianza, eliminare la divisione tra città e campagna, la protezione e godimento dei diritti della cittadinanza e la riattivazione della campagna, soprattutto dell’economia contadina, famigliare e comunitaria. E qui c’è la questione di fondo della visione neoliberista della campagna contro quella dell’insurrezione, che prevede la difesa dei diritti di queste masse impoverite che vivono nelle zone rurali. Nella prima, la prospettiva è provocare l’emigrazione dei contadini dalle loro terre allo scopo di venderle alle grandi multinazionali e lo sviluppo sotto la mano di questi grandi imperi. Nella seconda visione, vi è l’enfasi sull’economia contadina, famigliare, comunitaria, mettendo nelle mani della gente della campagna i moderni strumenti tecnologici e le risorse per consentirgli un lavoro dignitoso e produttivo in condizioni di sovranità. E preciso questo perché, sebbene il documento abbia molti aspetti positivi che raccolgono questa filosofia, le carenze sono lo stesso immense, a cominciare dal dibattito in corso sulla necessità di porre fine al latifondo, o quello dei limiti alla cessione della terra agli stranieri. Ci sono grossi problemi come quello dei conflitti per l’uso della terra, che includono temi come il trasferimento dei grandi centri di allevamento dai suoli che devono esser destinati alla semina per garantire la sovranità alimentare. Ma un terzo del territorio nazionale è nelle mani del settore zootecnico e il governo non osa toccare un centimetro di terra in funzione della Riforma rurale integrale.

Quindi, è o no definito il fatto che il paese si sposti sulla prima o la seconda via? Questa Riforma rurale integrale concordata non risolve dunque la contraddizione?

Come ho detto poco fa, l’accordo riconosce e si concentra sul ruolo chiave dell’economia contadina, famigliare e comunitaria per lo sviluppo della campagna, e nello stesso scenario promuoverà diverse forme di associazione e cooperativismo al fine di generare reddito e occupazione, dignità e formalizzazione del lavoro, produzione alimentare e conservazione dell’ambiente. Sempre come Farc, quando parliamo di associazione, insistiamo sul fatto che dovrà essere un’associazione solidale, e non quella che c’è tra la volpe e la gallina, che di solito opera in Colombia, con i signori del "muscolo finanziario" che schiacciano i contadini con le loro fortune e finiscono per togliergli la terra in modo "legale". Non neghiamo la necessità di articolare forme di produzione agricola e zootecnica diverse come condizione per garantire lo sviluppo rurale, ma prima di tutto bisogna garantire che alle popolazioni conradine non sia strappata la terra attraverso meccanismi bancari o altri trucchi che vengono dispiegati all’interno di una dannosa concezione di associazione capitalista.

In questa prospettiva, è importante che l’altro proposito centrale sia quello di democratizzare l’accesso alla terra in beneficio dei contadini senza terra o con terra insufficiente, e delle comunità rurali più colpite dalla miseria, l’abbandono e il conflitto. Qui sarà fondamentale che il Fondo delle terre che si progetta di creare si faccia prontamente e che la distribuzione gratuita, che è quella concordata, non ritardi. Si è parlato di un processo di regolarizzazione dei diritti di proprietà, di decentrare e promuovere una distribuzione equa della terra, di promuovere le Zone di riserva contadina senza ulteriori ostacoli, che tra le altre cose sono aspetti coperti dalla legge in Colombia, ma che non si rispettano. Ancora dobbiamo aspettare per vedere se questo procederà effettivamente come è stato detto. Finora ci sono solo promesse, con l’avvertenza che fino a che non si giunge alla firma dell’accordo finale, tali accordi non procedono, cosa assurda se pensiamo che stiamo parlando non delle necessità dell’insorgenza, ma di rivendicazioni della popolazione più emarginata, di soluzioni ai problemi che hanno a che fare con la vita delle persone.

Bene, in questo accordo è inclusa la necessità di garantire uno sviluppo sostenibile con particolare attenzione all’importanza di proteggere e preservare l’acqua e l’ambiente, si è concluso un piano per delimitare la frontiera agricola e proteggere le aree di particolare interesse ambientale che includono le zone di riserva forestale, sempre ricercando alternative per le persone che confinano con esse o le occupano e garantendo i principi di partecipazione delle comunità rurali e lo sviluppo sostenibile.

Come dicevo, nonostante il ministro della Difesa abbia, durante tutto il tempo in cui avvenivano i dibattiti, sparato contro il processo, l’accordo riconosce le Zone di riserva contadina come una struttura che lo Stato ha per promuovere l’economia contadina e contribuire alla chiusura della frontiera agricola e la produzione alimentare. Per questo motivo, si è stabilito che il governo nazionale darà effettivo appoggio ai piani di sviluppo delle zone costituite e di quelle da costituire, in risposta alle iniziative delle comunità e delle organizzazioni agrarie che considerano rappresentative, seguendo ciò che è disposto nelle norme vigenti, e promuoverà la partecipazione attiva delle comunità alla realizzazione di questi piani. Si è parlato della creazione di infrastrutture, della costruzione della rete di strade terziarie, dell’elettrificazione e la connettività nelle comunicazioni, di ampliare e recuperare l’infrastruttura di irrigazione e drenaggio dell’economia contadina, famigliare e comunitaria, di ampliare la copertura sanitaria, l’assistenza completa in materia di istruzione, edilizia sociale, acqua e servizi igienico-sanitari di base, di incentivi all’economia contadina, famigliare e comunitaria, di promuovere l’economia solidale e cooperativa rurale che rafforza la capacità delle comunità contadine organizzate di commercializzare i prodotti, accedere a beni e servizi e, più in generale, migliorare le loro condizioni di vita, lavoro e produzione.

Si è concordato un piano di assistenza integrale tecnica, tecnologica e la promozione della ricerca, si è incluso di mettere in marcia un piano per appoggiare e consolidare la generazione di reddito dell’economia contadina, famigliare e comunitaria e dei produttori medi con redditi minori; si è accordato un piano per promuovere le condizioni adeguate per la commercializzazione dei prodotti provenienti dalla produzione dell’economia contadina, famigliare e comunitaria e si è convenuto di rafforzare il sistema di protezione e sicurezza sociale della popolazione rurale e garantire condizioni di lavoro dignitose e la protezione dei diritti dei lavoratori agricoli.

In materia di alimentazione e nutrizione, si è convenuto di assicurare la disponibilità e l’accesso sufficiente in opportunità, quantità, qualità e prezzo agli alimenti necessari per una buona nutrizione. Si è parlato del progressivo aumento della produzione alimentare da parte dell’economia contadina, famigliare e comunitaria e della creazione di condizioni che consentano ai lavoratori della campagna di migliorare i loro redditi, per la realizzazione delle varie iniziative si è concordato la messa in marcia di programmi di sviluppo con un approccio territoriale che permetteranno di implementare i piani nazionali con maggiori celerità e risorse.

Tutto questo è molto promettente, ma ci sono esortazioni senza la cui soluzione le Farc considerano che nella scelta tra neoliberismo o benessere sociale, il regime finirà per inclinarsi sul primo. Speriamo che ciò abbia una soluzione perché, come già detto, è un sofisma pensare che tutte le cose buone approvate, concordate, saranno realtà se non si prendono misure risolutive contro il latifondo, che riflette un coefficiente Gini allo 0.87, quasi il regno della disuguaglianza assoluta se si considera che la proprietà straniera della terra è straripante. L’accordo sarà solo un sogno se non si rinegoziano i Trattati di libero scambio o non si definisce in modo chiaro e in funzione della nazione l’ordinamento territoriale, ecc.

Potremmo dire allora che vi è incertezza circa la direzione del processo?

Non voglio con alcun aggettivo o con qualsiasi espressione conclusiva dare l’impressione di incertezza o semplicemente respingere le enormi possibilità di pace che ha questo processo. Sto semplicemente facendo una descrizione della realtà affinché l’ottimismo che abbiamo, stia con i piedi ben saldi sulla terra, intendendo che la maggior parte degli aspetti essenziali che genereranno una vera riforma rurale integrale, come un vero processo di partecipazione politica in democrazia, sono da definire e che queste definizioni sono possibili solo con il concorso della popolazione. Ciò non si fa ad un tavolo di colloqui. La popolazione deve fare suoi questi problemi e combattere per le sue soluzioni con il coraggio e l’audacia dimostrata in quest’ultimo lustro, nonostante la guerra sporca.

Finora, i progressi raggiunti sono significativi, ma non sono la panacea. Molto resta ancora da raggiungere, e stiamo parlando di un minimo, perché in realtà le proposte che abbiamo fatto puntano alla democratizzazione e modernizzazione del paese dentro parametri che nessuno potrà dire che sono quelli del socialismo, ma semplicemente quelli di un moderno stato sociale di diritto, dal quale la Colombia è ancora molto distante.

(continua)

Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare