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Elezioni in Colombia: vince Duque, cresce l’opposizione di sinistra
Giacomo Finzi / Martes 7 de agosto de 2018
 
Imagen: @IvanDuque

Gli Asini

Le elezioni del 17 giugno segnano il ritorno della destra radicale in Colombia. Il candidato Iván Duque infatti, rappresentante ultra-conservatore, discepolo dell’ex Presidente Álvaro Uribe Vélez ha ottenuto oltre dieci milioni di voti, superando con il 53,98% dei consensi il candidato della Colombia Humana Gustavo Petro con oltre otto milioni di preferenze ed uno storico 41,81%, traguardo mai raggiunto prima da un candidato della sinistra progressista. Tale consenso permettera’ di condurre un’opposizione parlamentaria tenace nella prossima legislatura. Tra i dati da segnalare vi e’ inoltre l’aumento della partecipazione alle urne che al secondo turno delle presidenziali ha superato la soglia del 53,04%, con oltre 19 milioni di votanti. Il dato e’ significativo in un Paese come la Colombia, che si contraddistingue per gli elevati indici di astensionismo, talora superiori al 50%.

A prima vista, i risultati del ballottaggio delle elezioni presidenziali potrebbero sembrare scontati, con il candidato Duque dato sempre in netto vantaggio nei sondaggi, ed il concorrente Petro dato in rimonta, ma comunque mai del tutto in partita.

Uno dei principali fattori che ha contribuito alla vittoria di Duque e’ stata l’unitá dei partiti di destra e dei settori conservatori della societa’ colombiana. Al contrario, Petro non ha potuto contare sull’appoggio delle altre forze progressiste e di centro-sinistra. Infatti, a seguito dei risultati del primo turno delle elezioni presidenziali del 27 maggio, gli altri candidati riformisti e moderati, Sergio Fajardo di Alianza Verde e Humberto de la Calle del Partito Liberale (capo negoziatore del Governo di Juan Manuel Santos nel processo di pace con le F.A.R.C.-E.P.) hanno invitato i propri elettori ad annullare la scheda con il voto in bianco condannando, in questo modo, ad una sconfitta il candidato della Colombia Humana, Gustavo Petro.

Il voto del 17 giugno e’ stato inoltre caratterizzato dalla crisi di legittimita’ dei principali partiti tradizionali: infatti, alla luce dei recenti scandali di corruzione (Odebrecht e Panama Papers) si e’ diffuso un profondo sentimento di anti-politica nella societá che ha spinto buona parte degli elettori a sanzionare la classe politica colombiana. Pertanto, il centro dello scacchiere politico, storicamente guidato dal Partito Liberale e Conservatore e’ stato radicalmente svuotato, a favore di proposte politiche ben piú radicali, tanto a destra come a sinistra. Tutto cio’ ha contribuito a un clima di estrema polarizzazione politica e sociale, riflesso di un Paese diviso nonostante gli sforzi per la riconciliazione a seguito della firma dell’accordo di pace tra il Governo di Juan Manuel Santos e le F.A.R.C.-E.P.

In questo modo, la destra ha saputo unire le proprie forze presentando la candidatura unitaria di Iván Duque, il cui programma elettorale era, in buona sostanza, emanazione del predecessore e mentore Álvaro Uribe. Pertanto, il candidato Duque era il prodotto e una conseguenza dell’uribismo come corrente politica dominante della societá colombiana. Infatti, a seguito dei due mandati presidenziali 2002-2010, periodo caratterizzato dall’intensificazione dello sforzo bellico contro le principali guerriglie del Paese e dall’aumento delle vittime civili del conflitto armato, l’ex Presidente Álvaro Uribe infatti ha conservato un’importante influenza sul destino politico ed economico della Colombia, con la capacitá di condizionarne il dibattito politico tanto rispetto ai processi in corso (parapolítica, falsos positivos , legami con il narcotraffico, come testimoniato recentemente dal New York Times), come nell’ostacolare, con tutti i mezzi disponibili il processo di dialogo ed i negoziati tra il Governo di Juan Manuel Santos e le F.A.R.C.-E.P. L’uribismo come fenomeno politico durante gli anni della Presidenza Santos ha iniziato a rinvigorirsi, dal punto di vista elettorale, radicalizzando la sua agenda, in aperta opposizione al Governo Santos.

In questo modo, ha costruito la propria strategia politica ed elettorale giocando apertamente con la paura ed i timori dei cittadini colombiani nei confronti del processo di pace, attraverso la propaganda mediatica, garantita dal controllo dei principali mezzi di informazione del Paese, ma anche grazie all’influenza delle principali chiese del Paese, anch’essi appartenenti ai settori piú conservatori. Pertanto, l’apparato propagandistico dei settori oltranzisti ha costruito una efficace campagna sensazionalista senza esclusione di colpi che, mediante un indottrinamento nei principali canali televisivi e della stampa che, unito alla compravendita di voti nelle zone piú marginali delle cittá e del Paese, ha ben presto fornito i suoi frutti nelle ultime tornate elettorali.

Il primo segnale di questo rafforzamento era stato il Plebiscito del 2 di Ottobre del 2016, con cui l’uribismo mise in discussione i risultati dei quattro anni di negoziati tra il Governo Santos e le F.A.R.C.-E.P., segnando un possibile impasse nel processo di pace e costringendo le parti a rinegoziare urgentemente gli accordi dell’Avana, prima che sfumasse definitivamente tale opportunita’. Giá allora, si era potuto intravedere un Paese estremamente polarizzato, laddove l’uribismo era in grado di raccogliere consensi nei barrios piú marginali. In tale occasione, Uribe aveva trionfato nei maggiori centri urbani del Paese, zone meno colpite dal conflitto armato e per cui meno sensibili alla causa del processo di pace, mentre le zone rurali maggiormente colpite dal conflitto armato avevano votato a favore dell’implementazione dell’accordo di pace tra Governo e F.A.R.C.-E.P., con cifre in taluni casi superiori al 70%. Il Plebiscito aveva gia’ dimostrato l’esistenza di una geografía elettorale di un Paese diviso: un Paese rurale che aveva vissuto gli orrori della guerra sulla propria pelle e che vedeva nel processo di pace un auspicabile cammino per la riconciliazione, ed un Paese urbano ben lontano dalla realtá dello scontro bellico, mosso invece dalla societá del consumo e l’istinto della sopravvivenza, che di tale processo vedeva solamente i costi e non i relativi vantaggi per il resto della popolazione.

Un ulteriore fattore che ha certamente contribuito all’ascesa elettorale dell’uribismo e’ stata la crisi politica e sociale vissuta in Venezuela con il costante afflusso di cittadini venezolani (circa un milione di migranti) sul territorio colombiano. La migrazione e la crisi venezolana sono state capitalizzate politicamente ed elettoralmente dall’uribismo, giocando sulla ‘pancia’ degli elettori, specie nei quartieri piú disagiati, scatenando una vera e propria guerra tra poveri. Secondo la destra radicale, vi era il rischio che la Colombia precipitasse in un terremoto politico ed economico simile a quello del Paese confinante; per questo motivo per cui vi era la necessitá di mobilitarsi in opposizione alla firma degli accordi di pace dell’Avana, ma soprattutto in vista delle elezioni presidenziali del 2018, per scongiurare le possibilitá di trionfo di un candidato di sinistra. Solamente in questo modo, si sarebbe potuto rinegoziare a proprio favore il testo degli accordi di pace con le F.A.R.C.-E.P., considerati come una resa del Governo Santos nei confronti della guerriglia. Per questo, la propaganda uribista ha a lungo insistito sulla necessitá di sconfiggere sul nascere lo spettro del castro-chavismo, un neologismo coniato dall’ex Presidente Uribe per identificare il pericolo del comunismo in Colombia.

Il candidato Gustavo Petro, da parte sua, sebbene non sia riuscito a raggiungere la presidenza ha ottenuto un consenso insperato solo fino a qualche mese fa, riempiendo le piazze dei principali centri urbani del Paese e generando un clima di fervore e di entusiasmo popolare che per qualche tempo hanno potuto far sperare nel miracolo. Ex guerrigliero dell’M-19 (gruppo guerrigliero urbano, smobilitatosi nel 1991), Senatore della Repubblica apprezzato per le sue battaglie parlamentarie contro la corruzione e contro la parapolítica (per gli scandali sui legami politici ed il sostegno finanziario di buona parte della classe politica ai gruppi paramilitari) ed ex sindaco della capitale Bogotá, ha in pochi mesi messo in piedi la coalizione civica Colombia Humana, raccogliendo il sostegno di alcuni partiti di sinistra, di buona parte delle popolazioni indigene, delle vittime del conflitto armato, dei movimenti ambientalisti e delle comunitá LGBTI, con un programma di riforme sociali e a difesa del processo di pace dello Stato colombiano con le F.A.R.C.-E.P., seriamente minacciato dal fenomeno neoparamilitare e dall’aumento degli omicidi politici a seguito degli accordi dell’Avana (nei primi sei mesi del 2018 sono stati uccisi oltre 100 attivisti). La sua biografia politica e’ stata sicuramente un ostacolo per le aspirazioni presidenziali, un peso con cui ha dovuto scontrarsi nei dibattiti presidenziali per scongiurare il costante accostamento al Venezuela di Nicolás Maduro. Petro pero’ ha saputo abilmente prendere le distanze dal governo venezolano, con un’agenda piú moderata e con proposte socialdemocratiche, ben lontane dallo scongiurato castro-chavismo. Inoltre su questo punto ha saputo controattaccare, sostenendo che il Paese sarebbe diventato piú simile al Venezuela in caso di vittoria di Iván Duque, giacché vi era il rischio di svuotamento dei poteri parlamentari, per la pressione politica sugli organi giudiziari (principalmente per i processi in corso contro il suo mentore Álvaro Uribe per parapolítica, paramilitarismo e legami con i cartelli del narcotraffico) ed infine la possibile repressione delle opposizioni poltiche e sociali.

Tuttavia, nonostante l’encomiabile sforzo realizzato nella campagna elettorale svolta dal candidato della Colombia Humana Gustavo Petro, la destra di Iván Duque, si e’ imposta alle urne il 17 giugno, pronosticando un’agenda di governo radicale sulla scia delle posizioni oltranziste di Álvaro Uribe.

Il nuovo esecutivo si insediera’ il prossimo 7 di agosto. Tra le priorita’ vi sara’ probabilmente una riforma del sistema pensionistico ed una riforma tributaria, che potrebbe ben presto accrescerne l’impopolarita’. Al tempo stesso, dovra’ far fronte al deterioro del sistema educativo e sanitario pubblico, da anni messe in ginocchio dall’ingente spesa pubblica destinata alle forze ármate per lo sforzo bellico. Tuttavia, le politiche liberiste avviate dall’uribismo fanno tutt’altro che sperare in un sistema di welfare che si avvicini agli standard dell’OECD, organizzazione a cui la Colombia ha aderito lo scorso 31 maggio. Un altro aspetto centrale saranno le politiche di prevenzione e sostituzione della coca, poiché dalla firma degli accordi di pace nel 2016 si e’ registrato un significativo aumento del 23% delle coltivazioni, con oltre 180 mila ettari. L’implementazione degli accordi di pace e le politiche in merito alle coltivazioni di coca condizioneranno inoltre l’agenda internazionale del Governo Duque; un suo possibile fallimento potrebbe imporre nuove soluzioni di tipo militare, in stile War on Drugs, giustificate anche dalla recente adesione della Colombia alla N.A.T.O. Al tempo stesso, la mancata implementazione degli accordi di pace con le F.A.R.C.-E.P. potrebbe condizionare le relazioni con le principali cancellerie europee e con l’Unione Europea, da anni sponsor del processo.

Il trionfo dell’uribismo potrebbe mettere a dura prova la complessa implementazione degli accordi di pace tra lo Stato colombiano e le F.A.R.C.-E.P. e rappresentare un ostacolo al difficile processo della giustizia transizionale a favore di una riconciliazione nazionale. Inoltre, come piú volte dichiarato dallo stesso Duque in campagna elettorale, il suo governo potrebbe propendere per l’interruzione dei negoziati in corso all’Avana tra lo Stato colombiano e la seconda guerriglia del Paese, el Ejército de Liberación Nacional (E.L.N.), forza ancora attiva in diverse zone strategiche e rafforzatosi militarmente nelle zone abbandonate dal disarmo delle F.A.R.C.-E.P. L’interruzione dei negoziati con l’E.L.N. potrebbe aprire una nueva ondata di conflittivita’ politica e militare, che si aggiungerebbe all’escalation bellica tra i gruppi dissidenti delle F.A.R.C.-E.P., presenti nei corridoi strategici della produzione e commercializzazione della cocaína, e finalmente all’espansione territoriale e militare delle formazioni neoparamilitari, con il conseguente aumento degli omicidi politici e minacce ai leader sociali e politici. Il Governo di Duque potrebbe infine aprire una nuova epoca di repressione nei confronti delle opposizioni sociali, rappresentando una continuitá con il governo della Seguridad Democrática di Álvaro Uribe, con il tragico aumento della violenza e delle persecuzioni giudiziarie nei confronti degli attivisti politici e sociali. Anche per questo, gli otto milioni di voti ottenuti dallo sfidante Gustavo Petro dovranno costituire la salvaguardia dei principi democratici, l’inizio di un’opposizione responsabile ma intransigente dinanzi all’agenda di governo di Iván Duque.

Per la prima volta, in Colombia, vi sara’ la possibilitá di costruire l’esercizio di un’opposizione parlamentare forte, anche per la presenza del Partito Alianza Verde di Antanas Mockus ed il Polo Democrático Alternativo, oltre ai 10 seggi tra Camera dei Deputati e Senato garantiti al Partito delle F.A.R.C.-E.P., in virtú degli accordi di pace, nonostante il loro deludente esordio nelle elezioni legislative di marzo. Anche per questo, gli otto milioni di voto dovranno costituire un importante capitale politico su cui fondare una alternativa di governo per la Colombia Humana, in vista delle prossime elezioni amministrative del 2019 e soprattutto per poter consolidare le aspirazioni presidenziali del 2022.